Disagio scolastico e difficoltà emotive
Il disagio scolastico
Si parla di disagio scolastico quando la scuola diventa fonte di sofferenza: il bambino o il ragazzo vive con ansia le lezioni o le verifiche, perde motivazione, vede calare i risultati o comincia a evitare la scuola.
Spesso il disagio si esprime prima nel corpo che nelle parole. Mal di pancia o di testa al mattino, nausea, difficoltà ad addormentarsi la domenica sera sono segnali frequenti, soprattutto nei più piccoli. Nei casi più marcati il ragazzo non riesce più ad andare a scuola, pur volendolo: si parla allora di rifiuto scolastico, una difficoltà che tende a consolidarsi se le assenze si prolungano.
Il disagio scolastico non dipende quasi mai da una sola causa. Possono contribuire l’ansia da prestazione, un clima difficile in classe, difficoltà con i compagni o con gli insegnanti, cambiamenti in famiglia o un passaggio di ciclo scolastico. Quando le difficoltà riguardano soprattutto la lettura, la scrittura o il calcolo, è utile valutare un disturbo specifico dell’apprendimento (vedi la pagina Neurodivergenze e DSA).
Le difficoltà emotive
Paure, momenti di tristezza o di rabbia fanno parte della crescita. Diventano un segnale da ascoltare quando sono intensi, durano nel tempo o impediscono al bambino di fare ciò che fanno i suoi coetanei.
Nei bambini le difficoltà emotive possono presentarsi come paure persistenti, difficoltà a separarsi dai genitori, crisi di pianto o di rabbia frequenti, problemi di sonno. Negli adolescenti la tristezza si manifesta spesso come irritabilità, chiusura, perdita di interesse per amici e attività, oppure come comportamenti a rischio.
Alcuni momenti della vita familiare possono rendere tutto più difficile: una separazione, un trasloco, la nascita di un fratello, la malattia o la perdita di una persona cara
Bullismo e ritiro sociale
Bullismo e cyberbullismo
Chi subisce prepotenze ripetute spesso non ne parla, per vergogna o per paura di peggiorare la situazione. Alcuni segnali possono metterlo in luce: il rifiuto improvviso di andare a scuola o di partecipare ad attività di gruppo, oggetti rovinati o persi, agitazione quando arriva un messaggio sul telefono, isolamento dai compagni. Un sostegno psicologico aiuta il ragazzo a elaborare quello che ha vissuto e i genitori a capire come intervenire, anche insieme alla scuola.
Ritiro sociale
Alcuni adolescenti si ritirano gradualmente dalla vita sociale: escono sempre meno, abbandonano sport e amicizie, passano gran parte del tempo in camera e spesso smettono di andare a scuola. Questa condizione è nota anche con il termine giapponese hikikomori. Prima si interviene, più è facile riaprire un contatto. Quando il ragazzo rifiuta di venire in studio, il percorso può iniziare con i genitori.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile parlarne con uno specialista quando:
da settimane il bambino lamenta mal di pancia o di testa prima della scuola e il pediatra ha escluso cause mediche;
le assenze diventano frequenti o il ragazzo si rifiuta di andare a scuola;
i risultati o la motivazione calano all’improvviso, senza un motivo evidente;
tristezza, irritabilità o scoppi di rabbia sono più frequenti e intensi del solito;
il ragazzo si isola da amici e attività e passa sempre più tempo chiuso in camera;
ci sono segnali di bullismo, a scuola o online;
gli insegnanti segnalano un cambiamento nel comportamento o nell’umore.
Se un ragazzo parla di non voler più vivere o si fa del male, è importante parlarne subito con il pediatra, il medico di famiglia o uno specialista.
Come si lavora in studio
Il primo colloquio si svolge con i genitori, di solito senza il figlio. Serve a ricostruire la storia del bambino o del ragazzo, a capire le difficoltà e a decidere insieme come procedere.
Il lavoro segue un approccio sistemico-relazionale, che considera il bambino o il ragazzo all’interno delle sue relazioni familiari, scolastiche e sociali. Si alternano incontri individuali e incontri con i genitori. Con i bambini il gioco, il disegno e la narrazione aiutano a dare forma a ciò che è difficile dire a parole. Con gli adolescenti il colloquio individuale offre uno spazio riservato, mentre i genitori vengono coinvolti nei passaggi importanti.
Quando è utile, e sempre con il consenso dei genitori, si collabora con gli insegnanti e con i servizi del territorio. Se il disagio è legato a esperienze difficili o spaventose, come episodi di bullismo, si può integrare la terapia EMDR adattata all’età evolutiva (vedi la pagina Trauma e terapia EMDR).
Domande frequenti
-
Molte difficoltà passano da sole. Vale la pena chiedere un parere quando durano da diverse settimane, peggiorano o impediscono al bambino o al ragazzo di vivere la scuola, le amicizie e la famiglia come prima. Un primo colloquio serve anche a capire se un percorso è necessario.
-
Si può iniziare con un colloquio dei soli genitori. Spesso è il modo migliore per capire la situazione e per trovare insieme come proporre l’incontro al figlio.
-
Sì. Per un percorso psicologico con un minore il Codice deontologico degli psicologi richiede il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, quindi di norma di entrambi i genitori, anche se separati.
-
Solo se i genitori sono d’accordo e se è utile per il bambino o il ragazzo. Quello che emerge nei colloqui resta riservato.
Il primo passo
Quest’area è seguita dalla Dott.ssa Chiara Castelli, psicologa e psicoterapeuta di orientamento sistemico-relazionale e terapeuta EMDR certificata anche per bambini e adolescenti. Per oltre dieci anni ha lavorato come psicologa scolastica nelle scuole della provincia di Parma, e tuttora collabora con le scuole come psicoterapeuta esterna.